Incontro con il mostro Vakner
Domenica 22 settembre
Come sempre mi alzo quando ancora è buio, dalla finestra si vede solo una fitta nebbia e l’illuminazione notturna degli horreos non c’è più. Dal momento che andiamo relativamente presto a dormire, anche Vincenzo si sveglia quando ancora non è giorno. Scendiamo le scale per fare colazione nel bar-ristorante dell'albergo. È la prima volta in questo viaggio che troviamo questa comodità, il bar aperto con tutto quello che ci serve, caffè, latte freddo, tostate con marmellata, croissant e spremuta d’arancia.
Riguardo gli appunti del programma di oggi: dopo 19,5 km arriveremo a Corcubión, la prima cittadina vicino al mare, in una delle tante insenature della costa galiziana sull'oceano Atlantico.
Lasciamo il bagaglio per il ritiro di Pilbeo e usciamo in strada poco prima delle 9.30 in un paesino avvolto nella nebbia con grandi cartelli che recano l’immagine di due misteriosi occhi felini e la parola VAKNER. Infatti, proprio in questa zona, c’è la leggenda medievale di fine ‘400 di un misterioso mostro, anzi di più creature, che si aggirava nei boschi e spaventava i pellegrini.
Noi non ci facciamo suggestionare più di tanto e prendiamo il nostro cammino verso l’uscita del paese per addentrarci in quei boschi. Incontriamo diversi altri pellegrini, tutti pronti ad attraversare il misterioso paesaggio pieno di nebbia.
Non piove né fa freddo, tanto che i pellegrini sono tutti in pantaloncini e qualcuno a maniche corte. Se ne vedono tanti, tutti camminano nella stessa direzione. Infatti da lì a poco c’è il grande bivio che separa il percorso nelle due destinazioni: verso Finisterre oppure verso Muxia.
La nebbia si dirada, i boschi si riempiono di luce e il cielo si schiarisce. Arriviamo al punto di svolta subito dopo la località Hospital, cioè quattro case e una strada senza alcun cartello, ma con una simpatica scultura di due scarponi in bronzo dove i pellegrini possono mettere i piedi e farsi la fotografia, che ovviamente ci facciamo anche noi.
Dopo 6 km di cammino, prima di una grande rotonda stradale con piante ornamentali che formano uno scudo e le grandissime lettere della parola DUMBRIA (nome del comune) ci sono i cartelli stradali che indicano a sinistra per Finisterre e a destra per Muxia. Noi prendiamo per Finisterre.
Attraversiamo prima dei paesaggi collinari con vasti campi coltivati che sembrano quasi le colline toscane, che per un attimo ci fanno sentire a casa! Poi entriamo nei boschi di eucalipto e di altri alberi dove dopo poco troviamo finalmente il mostro di Vakner! In un ampio crocevia di sentieri con l’ultimo segnale che indica la possibilità di continuare per Finisterre o girare per Muxia, c'è una statua in ferro di quasi 4 metri, un licantropo a bocca aperta e occhi minacciosi.
Vincenzo inizia nuovamente ad avere seri problemi con un dito del piede e si deve fermare ogni pochino per sistemare i cerotti e i cappucci di silicone. Ci fermiamo in una delle tante aree di sosta allestite nei boschi, dove incontriamo una ragazza che dice di essere danese, ma probabilmente dei paesi dell’Est a giudicare dall'accento, che vuole consolare Vincenzo dicendo di avere anche lei grandi problemi con i piedi! Infatti cammina davvero in maniera sofferente, e per di più ha un enorme zaino sulle spalle. Dobbiamo trovare una soluzione definitiva per i piedi
La giornata è diventata bellissima, calda e piena di sole. Come avevo già accennato in uno dei post precedenti, sul cammino si trovano spesso delle piccole postazioni allestite dai residenti che rappresentano una vera manna dal cielo per il pellegrino. Ecco infatti che sotto a un albero, in mezzo al nulla, troviamo allestita una bancherella di fortuna con banane, bibite, bottigliette d’acqua qualche piccolo ricordo per i pellegrini. Accanto c’è la classica cassettina per le offerte libere. È il modo in cui i cittadini manifestano la loro accoglienza e la loro sensibilità verso di noi, aiutando a rendere il cammino ancora più gradevole. Sono piccoli gesti di grande generosità che rendono il viaggio speciale, e che vedremo ripetersi in altre forme lungo la via. Noi questa volta prendiamo una banana e lasciamo molto volentieri una moneta nella cassetta.
Secondo le descrizioni lette su questo tratto di cammino, sappiamo che ci sono ora 13 km prevalentemente sotto il sole senza alcun punto di ristoro, e che gli ultimi 2km sono in fortissima discesa. Noi abbiamo una scorta sufficiente di acqua e cibo e affrontiamo queste alture assolate senza problemi. Ma re-incontriamo la ragazza danese, che procede con sempre maggiore difficoltà, carica di uno zaino enorme e con la borraccia vuota che dondola vistosamente. È assetata, ammette di non sapere che non ci sarebbero stati bar per parecchi chilometri e accetta molto volentieri un po’ della nostra acqua. Sembra sollevata e ci rassicura che adesso sta bene.
Decide infine di fermarsi per la sosta e dividiamo il nostro cibo con lei, che accetta con molto piacere. Dopo esserci rifocillati e riposati un po’, possiamo riprendere il cammino. A noi ci rimane il dubbio di come certe persone, anche giovani, affrontino con tanta superficialità un percorso che, pur non presentando difficoltà estreme, richiede comunque un minimo di pianificazione.
Finalmente si intravede il mare e la costa tra gli alberi. La cittadina si avvicina e la discesa finisce. Prendiamo una scorciatoia tra le prime case per arrivare al centro di Cee, fatto di belle stradine sinuose in pietra, con costruzioni, piazzette e scorci caratteristici. Andiamo verso il piccolo centro commerciale, dove c’è un supermercato per fare la spesa, ma scopriamo che oggi è domenica e ha appena chiuso alle 15.
Ci arriviamo dopo 800m, sbucando proprio sulla stradina principale del paese, che è molto caratteristica. È una casa residenziale con le stanze in affitto e un soggiorno in comune provvisto di un frigorifero pieno di bibite e vari snack dolci e salati da poter comprare, lasciando come sempre i soldi nella cassettina. La nostra stanza ha la finestra sulla strada pedonale, è molto comoda, ha una bella decorazione a tema marino e un bagno grande e spazioso. Non manca nulla, per ora negli alberghi abbiamo sempre trovato sapone, bagnoschiuma e shampoo, sia in monodose sia nei dispenser.
È presto e ne approfitto per portare a lavare i panni alla vicina lavanderia a gettoni automatica. Mentre la macchina lava, vado a fare un giro sulla bellissima passeggiata della costa, delimitata da una lunga panchina in muratura interamente ricoperta da mosaici colorati. Sopra lo schienale c’è una struttura in vetro, probabilmente pensata per riparare dai forti venti invernali provenienti dal mare. Una soluzione ottimale per consentire ai cittadini di stare comunque all'aperto.
Cerco una gelateria, ma non c’è, così opto per un gelato confezionato in un bar vicino. Lo gusto mentre passo da tante curiose facciate e angoli della cittadina.
È ora di mettere i panni nell’asciugatrice, che ha 3 tasti d’intensità, una novità per me. Scelgo quello più intenso pensando di fare più veloce… Invece rovino quasi tutto, le cerniere di plastica si sono fuse, il misto cotone si è rimpicciolito e i calzini nuovi sono diventati piccoli come quelli per neonati. Ormai ci rimane soltanto un paio di pantaloni a testa!
La sera andiamo a cenare da Tio Moncho, un ristorantino con una bella terrazza dominata da un horreo in pietra, il locale è semplice ma ha un personale molto attento e gentile. Il nostro ordine prevede calamari con patate, pimientos de Padrón, zorza (carne suina speziata) con patatine, un'insalatona e il flan. È tutto buonissimo e anche abbondante, tanto che ci preparano dei contenitori per portarci via quello che non riusciamo a finire, fornendoci persino posate di plastica e tovaglioli, gentilissimi!
La signora ci racconta anche del Santo protettore di Corcubión, legato in qualche modo a Venezia!
La serata è bellissima e la passeggiata di ritorno fino alla pensione è altrettanto piacevole. A fine giornata, il contapassi segna 25 chilometri.
Al prossimo episodio - 5° tappa











































































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